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Me and not me


Sono le 20.15 e dopo aver mangiato cous cous sono seduta davanti alla mia finestra, scalza che riordino la mente a proposito di un argomento che mi ha perseguitata per tutto il giorno: essere o non essere. Stiamo calmi, non sto parlando di Shakespeare, anche se avrei qualcosa da dire a riguardo, ma di esistenza parallela tra noi e noi visti da fuori. Insomma, non è una novità se vi scrivo ora nero su bianco che nessuno può assumersi la completa responsabilità dicendo di sapere tutto su me o te o voi. Inutile che passiamo le ore e la vita ad osservare qualcuno sperando di captare i suoi intimi respiri e di poterlo ritrarre esattamente così com'è, come dice di essere. Sappiamo bene che la missione sarebbe impensabile, che il caso sarebbe insormontabile e che saremmo comunque sempre svantaggiati dalla persona stessa che abbiamo deciso di conoscere alla perfezione. Sarà sempre un caso da studiare e noi saremo comunque intrusi invitati ad una festa che non abbiamo diritto di sapere a chi è dedicata e chi l’ha organizzata. Siamo imbucati benintenzionati e addomesticati con il taccuino in mano. Voglio dire, che importa se abbiamo passato 20 30 40 50 anni a credere di dover lavorare sulla nostra arroganza o troppa bontà o sul nostro essere permalosi o testardi, o ritardatari cronici, disorganizzati, precisi, paranoici, ribelli, iperattivi, timidi, frenetici e insicuri? Ora qualcuno così per caso, per sbaglio magari, pensando di conoscerci da una vita ci ha detto che noi siamo tutto il contrario. Noi non siamo così. Noi abbiamo solo creduto di essere così. In realtà non ci abbiamo capito nulla, eravamo così da una vita senza saperlo. E la cosa che più ci da più fastidio è che forse ha ragione. Forse noi volevamo tanto essere in un modo, ma siamo altro. Siamo altro. Noi siamo diventati quello che non abbiamo voluto o che abbiamo voluto ma per cui non ci siamo impegnati affatto. Ecco qua, ora la nostra mente comincerà a fare quel viaggio, a ripercorrere tutti i momenti in cui abbiamo fatto quella cosa che non volevamo fare ma che abbiamo dovuto fare, cominceremo a deglutire e a riflettere su che cosa ci assilla di più tra l’averlo fatto o non aver ammesso che non volevamo farlo affatto, su cosa è peggio o cosa è meglio fare, dire, sopportare. I nostri occhi cominceranno a sbarrarsi e ci daranno l’idea di essere un tantino agitati, cosa che noi non faremo assolutamente notare, ma che ci rovinerà la facciata. Insomma appena arrivati alla festa è già ora di andare. Ma come funziona la cosa, siamo noi che ci mostriamo in modo totalmente diverso da quello che siamo o sono loro a vederci giusto? Abbiamo deciso di essere incompresi o siamo incompresi da chi ha deciso di saperne più di noi ? Soprattutto, perché ci importa così tanto? Infondo noi tra le lenzuola stiamo bene con noi, siamo così veri, in bagno o in macchina mentre guidiamo soli con la radio accesa, in ascensore quando è tutto vuoto, nel tragitto a piedi per andare al supermercato, alla pausa caffè seduti al nostro angolo preferito. Insomma, siamo così realmente noi in questi momenti; cosa cambia quando c’è qualcun altro? Assumiamo delle strane pose sforzandoci di essere più naturali possibile, annuiamo o salutiamo o sorridiamo per non creare imbarazzo o diciamo cose assurde che nemmeno noi sapevamo di sapere. Diventiamo simpatici, noi che in quel momento siamo così antipatici ed intoccabili. Dunque, riusciamo ad essere davvero autentici solo nei nostri momenti privati ? A voi la risposta.



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